IN PRIMO PIANO
Egitto: un anno dopo i "test di verginità", la
giustizia si fa ancora attendere. Ripetuti casi di violenza contro le
donne, denuncia Amnesty International
CS029: 09/03/2012

- Manifestazione per la Giornata internazionale delle donne, marzo 2011 © Sarah Carr
Il verdetto
atteso domenica 11 marzo nei confronti di un medico accusato di aver
costretto una manifestante a subire un "test di verginità" mostrerà,
secondo Amnesty International, se i tribunali militari egiziani sono
pronti a risarcire le donne che hanno subito violenza da parte
dell'esercito.
Il 9 marzo 2011, almeno 18 donne che stavano
manifestando in piazza Tahrir al Cairo vennero arrestate e portate in un
carcere militare. Diciassette di loro vennero detenute per quattro
giorni. Alcune di loro dichiararono ad Amnesty International di essere
state picchiate, colpite con scariche elettriche e costrette a
denudarsi, per poi subire un "test di verginità" ed essere minacciate di
un'incriminazione per il reato di prostituzione.
Prima di
essere rilasciate, le donne vennero portate di fronte a una corte
marziale e condannate a un anno di carcere con la condizionale per un
serie di accuse pretestuose.
In seguito una di loro, la 25enne
Samira Ibrahim, ha denunciato un medico militare. L'iniziale imputazione
di stupro è stata fatta cadere e l'imputato deve ora rispondere di
"pubblica indecenza" e "disobbedienza a ordini militari".
"Il
processo per i 'test di verginità' rappresenta una rara opportunità a
disposizione dei militari egiziani per dimostrare che la tortura non
resterà impunita e che anche gli appartenenti alle forze armate verranno
chiamati a rispondere del loro operato".
Per Amnesty
International, i militari egiziani devono rispettare in pieno la
sentenza del tribunale amministrativo che, lo scorso dicembre, ha messo
al bando i "test di verginità" e devono garantire adeguata riparazione
alle donne che li hanno subiti.
Nell'ultimo anno, la violenza contro le donne ha segnato lo svolgimento delle manifestazioni in Egitto.
"Dopo
l'inaccettabile episodio del marzo 2011, niente di meno che tortura, le
forze di sicurezza e l'esercito egiziano hanno compiuto pestaggi,
torture e maltrattamenti nei confronti delle manifestanti"
- ha denunciato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma
Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Lo
scorso dicembre, nel corso delle proteste di fronte alla sede del
governo in cui vennero uccise almeno 17 persone, due manifestanti
vennero aggredite dai militari, picchiate, gettate a terra, prese a
calci e trascinate via.
Azza Hilal, 49 anni, intervenuta per
difendere un'altra donna che era stata semi-denudata e picchiata, è
stata colpita così violentemente alla testa, alle braccia e alla schiena
da essere costretta a un ricovero di tre settimane. Soffre ancora le
conseguenze del pestaggio: ha subito una frattura al cranio e ha ancora
disturbi di memoria. Un mese fa, ha presentato una denuncia contro il
Consiglio supremo delle forze armate (Scaf).
Il 16 dicembre Ghada Kalam, 28
anni, esponente del movimento dei "Giovani del 6 aprile", è stata
picchiata e minacciata di stupro mentre stava prendendo parte a una
manifestazione in piazza Tahrir. Dapprima i militari l'hanno circondata
facendo gesti osceni e abbassando la chiusura lampo dei pantaloni, poi
l'hanno picchiata alla testa mentre stava soccorrendo un'altra
manifestante che aveva subito un pestaggio. È stata arrestata e
trascinata verso il palazzo del parlamento. Una volta all'interno
dell'edificio, ha continuato a essere picchiata e minacciata di stupro.
Accanto a lei, altre sette donne venivano picchiate, soprattutto sulle
parti intime.
Nonostante le scuse e le annunciate indagini da
parte dello Scaf, sulla base delle informazioni in suo possesso Amnesty
International ritiene che poco o nulla sia stato fatto per dare
giustizia e riparazione alle numerose donne che hanno subito violenza da
parte dell'esercito e della polizia.
Amnesty International
ritiene che queste forme di maltrattamento e tortura siano attuate per
sfruttare lo stigma associato alla violenza sessuale e di genere e siano
usate per screditare, emarginare e dissuadere le donne dal prendere
parte alla vita pubblica.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 9 marzo 2012
|
|